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SCHEDA D'AUTORE # 4 |
La Carta vincente
di Lucia Oliva e di Lorenzo Donati |
Avere le carte
in regola, nella danza di ricerca, non significa tanto avvalersi
di un percorso tecnico sul corpo o di una perizia scenica, ma
soprattutto riuscire a sviluppare un pensiero che comporti lo
spazio di una riflessione, spesso politica oltre che estetica,
sul senso della propria danza e dell'agire teatrale. Un pensiero
quindi che sia capace di confrontarsi con l'esistente e con il
contesto circostante, sia questo locale o internazionale, limitato
al mondo del teatro o capace di creare aperture verso problematiche
più generali dell'esistere nel mondo. Vincenzo
Carta mostra,
sia nei suoi lavori che nel percorso di ricerca precedente la
creazione, di saper unire queste due istanze, riuscendo così a
incatenare gli sguardi, ora per la efficacia delle realizzazioni
sceniche, ora per le questioni di responsabilità, di modi
e possibilità dell'agire che queste mettono in luce.
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Il giovane coreografo siciliano scopre il mondo della danza
durante i suoi studi universitari, in architettura, a Firenze,
per approfondire ed immergersi nelle potenzialità della
creazione contemporanea durante un soggiorno di studio a Lisbona.
Matura in questo modo la decisione di dedicarsi completamente
all'arte della performance, scegliendo di studiare a Bruxelles,
ovvero la mecca dei danzatori contemporanei, nella scuola voluta
da Anne Teresa De Keersmaeker, P.A.R.T.S., dove ha occasione
di sviluppare un percorso teorico, oltre che scenico, sulle modalità dell'agire
teatrale.
Il primo lavoro come coreografo, dal titolo Elucubrazioni, é però precedente
all'esperienza nordica. Nasce sulle rive dell'oceano nel 2001,
in un locale molto particolare sul porto di Lisbona. Il danzatore
sceglie di lavorare in un luogo quasi trasparente, attraversato
dalla luce in ogni direzione. Un bar realizzato in vetro, parallelepipedo
di cristallo al confine tra l'acqua e la terra, uno spazio già di
per sé ricco di suggestioni, che Vincenzo
Carta approfondisce
ulteriormente scegliendo di creare un'intelaiatura di elastici
tesi fra le pareti. Questo esordio mostra una chiara connessione
con l'interesse per l'architettura: il coreografo indaga i condizionamenti
portati dagli spazi sul movimento corporeo, spazi intesi al contempo
come luoghi fisici dalle specificità ben concrete e come
volumetrie tangibili ma più fluide che la danza attraversa
e dalle quali è attraversata. Con il proseguire del percorso
il danzatore abbandona l'indagine su costruzioni spaziali determinate
per addentrarsi nella scoperta di dimensioni altre del quotidiano. È questa
la premessa primaria che ha nutrito We-Go, un lavoro
dalla gestazione lunga, quasi due anni, in cui Vincenzo
Carta insieme all'altro protagonista, Benjamin Vandewalle, dà vita
a un tempo straordinario, che scardina le normali abitudini percettive
per far sprofondare il pubblico in un'esperienza visivo-sensoriale
vischiosa e magnetica. «Mi interessa scoprire come cambiano
lo stato del corpo e le modalità percettive quando si
agisce, modificandolo, su uno dei parametri che sostiene il sistema
quotidiano di percezione», racconta il coreografo. We-Go potrebbe
essere semplicemente descritto con l'immagine due danzatori che
camminano in cerchio nel bianco assordante della scena: come
sostiene il coreografo, la sua ricerca «parte dal corpo,
e porta il pensiero nel corpo», incarnando i concetti in
realizzazioni che prendono le mosse da situazioni assolutamente
concrete.
(Lucia Oliva)
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Ridefinizione,
provocatoria riflessione su formati, spostamento concettuale,
spinta ironico-alfabetica. Ognuna di queste formule ben si presta
per descrivere il lavoro di Vincenzo Carta,
figura fra le più singolari della giovane danza indipendente
italiana. Partendo dagli studi in architettura, la poetica del
coreografo mostra una precisa indagine sul volume spaziale, traslata
in scena attraverso una doppia articolazione: da un lato il corpo
che abita uno spazio-tempo, l'aleatorietà delle sue azioni
e reazioni occultata in stasi di coppia, nelle sue parole «punti
di contingenza desunti dalla fisica quantica». È questo
il caso di We-go, nato dal festival siracusano "The
Last",
passato per il progetto Moving dei Cantieri Goldonetta e transitato
all'ultimo Festival di Santarcangelo; nell'altro versante, Carta
sembra concentrare la propria critica sui formati che la nostra
società dello spettacolo è ormai riuscita a farci
considerare "naturali", imponendo un vuoto di pensiero su quanto è costruito
spesso a fini di sottile controllo. Ecco allora Audience
with solo: a fiction of democracy "obbligare" il pubblico
a scegliere l'andamento dell'azione coreografica, le sue tappe, «facendo
provare a chi guarda la sensazione di decidere le sorti di un'altra
persona: una distorsione considerata normale dal sistema democrazia
e che, a ben vedere, può portare a risvolti inquietanti»,
precisa Carta. La società dello spettacolo, dicevamo.
Ma anche gli spettacoli di questa società: Urban project
X "occupa" una piazza per una settimana, mostrando l'allenamento
quotidiano e sfruttando i passanti in quanto consiglieri coreografici.
La performance conclusiva nasce assommando i suggerimenti raccolti. «Perché il
formato urbano deve sempre mettere in mezzo persone
che neanche sanno dove si trovano? Perché sono costretto
a condensare tutto il mio background in un pezzo di quindici
minuti?»,
si chiede il coreografo. Ecco allora uno spostamento di un formato
già spostato, "tirando dentro" le persone e abitando l'urbano
per sette giorni.
Non c'è pacificazione, a quanto pare,
nella vena creativa di Carta. Non adesione a formule assodate
ma ri-creazione delle fondamenta. Non ansia edificativa di sistemi
teorici ma stimolo all'esperimento, sempre da validare scenicamente. «Ho
sempre considerato superfluo, a partire da quando disegnavo i
palazzi, il bello che rivela un vuoto. Perché assistere
a creazioni esteticamente impeccabili ma che non ti muovono dentro?
Anche se i miei lavori sono diversissimi fra loro, credo che
li unisca una costante propensione alla relazione, un mettersi
in ascolto di chi guarda, al di là delle forme particolari
assunte di volta in volta.»
(Lorenzo Donati) |
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