Ci piacerebbe
iniziare riprendendo le fila del discorso interrotto l'anno
scorso. Un anno fa dichiaravate: "La situazione in Emilia Romagna è ferma
da tempo. Negli ultimi quarant'anni è stato fatto poco
o nulla ... la Regione ha deciso di non occuparsi di danza ." La
domanda viene da sé: dopo dodici mesi le cose sono cambiate?
MONICA
FRANCIA: Penso di poter affermare che ci sono stati dei segnali
che ci prospettano maggiore fiducia per il futuro. Non appena
si è insediato il nuovo assessore, lo abbiamo incontrato
per fargli presente la nostra situazione. È stato un colloquio
sicuramente prolifico. Da parte della nuova giunta regionale
sembra esserci una chiara volontà politica verso un cambiamento.
Ci siamo sentite rivolgere la richiesta di resistere, una resistenza
culturale. Ovviamente non vi sono stati grossi passi in avanti
dal punto di vista finanziario, non è possibile ribaltare
la situazione nel giro di un solo anno. Ma che ci sia un'apertura
questo è innegabile.
SELINA BASSINI: Per esempio, la creazione
della rete Anticorpi, è stata
un grosso stimolo per tenere duro. Anticorpi rappresenta il primo
momento di un coordinamento regionale, anche per quanto riguarda
la messa in comune delle esperienze sul campo organizzativo.
L'incontro fra i vari operatori nasce anche con lo scopo di creare
una rete di competenze che permetta un salto di qualità nel
sistema danza. C'è poi il monitoraggio
regionale della danza, una sorta di fotografia del paesaggio i cui primi risultati
saranno resi noti a settembre. Un aspetto importante, e che era
sempre stato trascurato, si concentra sul censimento di tutti
i "contenitori" che meglio possono adattarsi alla danza indipendente:
circuiti, rassegne, vetrine, residenze ecc. Tanto per farvi un
esempio sul settore della produzione, si è deciso di individuare
delle categorie per quanto riguarda le compagnie ("ministeriali", "indipendenti" e "dilettantistiche")
e i coreografi ("giovani" e "free lance"), con tutta una serie
di parametri utili per individuare l'appartenenza ai differenti
settori.
Al termine del monitoraggio in che direzione vi muoverete?
SB: Avremo in mano una fotografia dettagliata del sistema danza
in Emilia Romagna. In realtà esiste una parte del progetto
dedicata a precise proposte operative, dove si mettono in campo
strategie per un cambiamento. Il problema a monte è l'assoluta
mancanza di chiarezza, già a livello di istituzioni, su
cosa si intenda con l'etichetta "danza contemporanea". Per questo
pensiamo sia fondamentale prima di tutto assimilare i risultati
del monitoraggio.
MF: L'assessore regionale, per la prima volta, ha convenuto
che attorno al termine regna molta confusione. Per questo il
nostro lavoro, come Associazione
Cantieri ma anche per quanto
riguarda il monitoraggio, parte prima di tutto da un'indagine
della "base", una ricostruzione che ridisegni le fondamenta del
territorio. Solo un esempio: per essere riconosciuti come coreografi
in Italia esiste una sola strada: l'Accademia di Roma. Tutto
il resto non esiste. Il nostro intento è portare allo
scoperto tutto il sommerso, l'indipendente, i numerosi gruppi
che appartengono a questa sfera. Tentando di eliminare le pastoie
burocratiche e i ritardi troppo spesso privi di fondamento.
Parliamo un po' di Lavori
in Pelle 2006. È possibile
individuare una precisa idea di danza o di coreografia nei lavori
selezionati quest'anno?
SB: Il numero limitato di giornate del festival ci ha imposto
di selezionare pochi lavori rispetto agli anni passati. Se prima
venivano mostrate una quindicina di compagnie, quest'anno avremo "solo" sei
lavori nella sezione "Vetrina della danza
d'autore". Ci saranno
anche due incursioni urbane e i due gruppi vincitori di GDA
04-05,
Nanou e Le-gami. Proprio per questo motivo, abbiamo tentato di
offrire una visione sulla danza il più ampia possibile.
Quest'anno vedremo formati di spettacolo che vanno dal teatro-danza
alla performance, passando per esperimenti più "formali" ed
estetizzanti per arrivare all'urbano, come detto.
Pensando alla danza indipendente degli ultimi anni, sembrerebbe
che da qualche tempo si stia assistendo a una rinascita, a
una nuova proliferazione. Per esempio, al recente festival
di Santarcangelo, erano presenti proposte di danza di vario
genere. Si tratta di un vero e proprio rinnovamento? Tornando
indietro anche solo a Teatri '90 , vi sembra di poter
affermare che le cose siano cambiate in maniera sostanziale
nel panorama odierno?
MF: Per quanto mi riguarda si tratta semplicemente di una nuova
apertura nei confronti del linguaggio della danza. La nostra
esperienza decennale di Lavori in Pelle ci dice che le compagnie
che propongono una ricerca sulla danza ci sono sempre state.
Il problema è che nessuno è disposto a programmarle,
a dare loro la dovuta visibilità. Santarcangelo ha invertito
una tendenza, proponendosi per la prima volta come contenitore
anche per la danza giovane e indipendente.
SB: Su Teatri '90, per stare alla vostra domanda, mi pare che
vi sia stato un certo fermento che coinvolse nei primi tempi
anche la danza. Per un certo periodo si cavalcò l'onda,
ma poi si decise di sostenere di più altre zone, e la
danza venne messa ancora da parte. Un solo esempio: gli MK di
Michele di Stefano, più o meno usciti da quella temperie
culturale, nonostante i riconoscimenti e la buona circuitazione
a tutt'oggi non percepiscono finanziamenti. Lo stesso Di Stefano
decide di non farne richiesta al ministero. Probabilmente sa
che il "caso" della sua compagnia creerebbe non pochi problemi
di etichette!
MF: Il numero di compagnie di danza indipendente, nonostante
tutto elevato, sta a dimostrarci che in Italia esiste un grosso
problema politico, certamente non di creatività o di creazione.
Le compagnie ci sono ma non riescono a fare il salto di qualità nei
termini "di impresa". Eppure si sente un sostrato pulsante, vivo,
come se le condizioni difficili fossero una spinta. Probabilmente,
quando si è a un passo dalla "fine", solo chi ha veramente
molto da dire e da far vedere riesce a sopravvivere. Le compagnie
giovani di oggi, in larga parte, si trovano in questa situazione.
Quello che tu dici si ricollega,
in qualche modo, a un altra questione. In Italia, al giorno
d'oggi, nascono concorsi di danza quasi in ogni paese. In tv
la danza è diventata di moda.
Sembra quasi che vi sia una "richiesta di danza" molto elevata,
in più strati della società. Come si relaziona
tutto ciò a quanto veniamo dicendo a proposito della danza
indipendente?
SB: Non si
può negare che il "fenomeno Maria De Filippi",
nel bene e nel male, abbia contribuito a sdoganare la danza nell'immaginario
delle persone. Sembrerà banale ma le mamme, anche grazie
alla De Filippi, hanno meno problemi se il proprio figlio chiede
loro di frequentare un corso di danza. È altresì chiaro
che stiamo parlando di mondi totalmente diversi, la danza che
vediamo qui a Lavori in Pelle non ha nulla a che vedere con quello
che in tv la gente usa chiamare danza. Sarebbe una bella scommessa
per il futuro: tentare di cavalcare la tv e i mezzi di comunicazione
di massa "infiltrando" qualche coreografo che "sta dalla nostra
parte". Cosa succederebbe se Michele di Stefano divenisse l'insegnante
di danza contemporanea della De Filippi? La prospettiva fa sorridere, è vero,
però è un bel rischio che sarebbe interessante
provare a correre.
MF: Non bisogna
dimenticare inoltre l'eterna questione, in questa richiesta di
danza che individuate, del concetto di formazione. Si tratterebbe
di rimettere in discussione una maniera di pensare oltremodo
granitica che vede qualsiasi formazione passare prima di tutto
per la danza classica. A mio parere, è un'idea
che ribadisco da tempo, l'insegnamento obbligatorio della classica è il
modo migliore per rovinare i corpi. Alla recente Biennale
Danza e Italia di Pesaro ho lanciato una
proposta-provocazione che ha lasciato perplessi in molti, ma
sulla quale si potrebbe riflettere: una sorta di "sacrificio
di corpi", un centinaio
all'anno, più o
meno quelli necessari per preservare il repertorio della tradizione.
Tutti i corpi rimanenti lasciamoli, per favore, liberi dai condizionamenti
che impone la formazione classica!
Per quale motivo, in Italia, siamo rimasti fermi alla formazione
classica obbligatoria? C'è una ragione in particolare?
MF: Probabilmente
bisogna risalire all'assenza di modelli "contro".
Magari nascesse un'Isadora Duncan italiana contemporanea! Si è rimasti
ancorati alla tradizione perché chi ha proposto codici differenti
non ha mai avuto le forze necessarie per imporsi come alternativa
credibile. Anche lo stesso concetto di codice andrebbe riformulato,
a mio parere. Esso funziona solo se può essere creato e
ricreato, se i suoi contorni sono permeabili, se ci si può permettere
di innovare al suo interno. In questo senso, allora, potremmo parlare
in maniera proficua di codici della danza. In Italia, invece, codice è solo
ciò che è ipostatizzato. Il nuovo non può mai
giungere a una codificazione. Io, anche grazie al mio percorso
di pluriennale nell'ambito della coreografia, mi sono fatta un'idea
del tutto contraria: ognuno deve poter cercare, inventare e affinare
codici del tutto liberi e personali. |